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mico dolorano., molti canti; e non voglionsi confon- dere co’ voceri che si fanno dalle donne (un tempo anche dagli uomini) sopra gli estinti, raspandosi e scalfendosi; questi lodano le virtù del morto col para- gonarle alle più belle virtù cittadine e domestiche, lodi miste di dolore, di carezze, di vanto; quelli imprecano agli assassini, pregando dal cielo vendetta di sangue, che vendetta e Dio, sangue e preghiera, fede e be- stemmia s’avvinghiano come croce accanto a pugnale nel canzoniere corso. Ecco il vocerò di un giovane, a cui è stato ucciso il fratello:

Oh fratello, lu tuo sangue, Lu si succhia lu terrenu,. Ah chi lu pudesse coglie, E po’ tenellosi in semi! Spargiarlo per le montagne Per farne toscu e velenu...

Non mancano canti di gare civili, piaga antica de- gl’Italiani; ma scarseggiano fino a mancar quasi del tutto i canti storici, il cui posto pigliano i canti della vita domestica. Pure, uno ve ne ha che narra il nau- fragio delle galere di Spagna capitanate dal Boria; e un altro che descrive il crollo del tetto della Chiesa di Muro in Corsica mentre il popolo ascoltava una predica quaresimale (1788): altri canti sono o sanno di studio. Le guerre di Genova e di Francia non echeg- giarono poesia; Paoli e Napoleone rimasero in qualche canto; cenni storici forniscono i voceri, e giovar pos- sono, raccolti, all’intima storia di quel popolo singolare \

1 Vedi Tommaseo, Canti Toscani, Corsi, Illirici, Greci, voi. 2°, pag. 6. e seg. Venezia 1841.