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che in qualcuno di essi è ad un tempo la parola greca, il ritmo latino ed il concetto cristiano; siffatta sentenza è validamente confortata dalle nenie.

Questo special genere di canti, assai raro nell’Italia superiore, è comune nella provincia di Lecce, dove le lamentevoli cantilene greche non hanno perduto molto della natura e dell’ ufficio loro primitivo. Tra quindici nenie messe a stampa dal Morosi ve n’è una informata a serena mestizia per la morte di una fanciulla. In un’altra, la figlia piange la madre morta, e con quanto affanno è facile arguirlo dalle sue stesse parole: " Io ti aspetterò, ti aspetterò, mamma mia, — un momentino al giorno; — acciocché io ti dica il mio lamento, — (acciocché io ti dica) come l’ho pas- sata. — Io ti aspetterò, mamma mia, — io ti aspetterò, alle otto: — e se vedrò che tu non vieni, — allora co- mincerò a piangere. — Io ti aspetterò, mamma mia,— io ti aspetterò alle nove: — e se vedrò che tu non vieni, — io annerirò come fuliggine. — E se vedrò che tu non vieni, alle dieci hai da vedere: — alle dieci sarò divenuta terra, — terra, terra, da seminarvi „. Questa è angoscia piena di pianto affannoso, dove il dolore, direbbe Tommaseo, s’ingorga e sgorga in poesia.

In Sternatia trovasi un raro esempio di nenia per la morte di un marito, dalla quale si deduce che tutte le nenie vengono cantate dalle prefiche.

Nella lor forma esteriore è da fare attenzione alla ripetizione d; una medesima idea quasi sempre colle stesse parole. È arte questa? Può essere; ma pare me- glio bisogìio di sfogare lo immenso dolore di madri di