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rivali, sarebbe sopraccaricata da un numero esorbitante di operai. Per evitare il male, troverà il suo conto associandosi, piuttosto che distruggendo, le sue rivali. In tal guisa la concorrenza, che nella presente società arricchisce uno a discapito di molti, col nuovo patto sociale promuoverebbe l’associazione, e spanderebbe egualmente il profitto sugli operai dell’arte medesima.

Con le macchine e la divisione del lavoro ottenendosi il prodotto medesimo con un numero assai minore di operai, nei quali non richiedesi alcuna speciale attitudine, si ribassano i salarii, e ne risulta la miseria. Col nuovo patto sociale, il numero degli operai non è quello che semplicemente è necessario all’arte, ma di quanti se ne rinvengono nel comune, nella città, nella nazione, che si dedicano a tale lavoro; il salario non è proporzionato alla loro abilità, ma al prodotto; quindi le macchine e la divisione del lavoro saranno la vittoria dell’ingegno umano sulla materia, e gli operai, giovandosi di tali ritrovati, in poche ore di facile lavoro, guadagneranno moltissimo. Inoltre, come conferma della giustissima legge dell’uguaglianza di salario, le diverse incombenze si andranno pareggiando.

Inoltre, siccome crescendo il numero delle persone dedite alla medesima arte scema il guadagno, ne risulta, che il diritto riconosciuto ad ognuno, di essere ammesso come socio in uno stabilimento di sua scelta, è la legge la quale stabilisce l’equilibrio fra le diverse diramazioni dell’industria nazionale.

Le ardite intraprese, l’esattezza del lavoro, la varietà, il buon mercato che si richieggono in un’arte, sono qualità che non possono sperarsi dai piccioli capitali, i quali s’impiegano con la speranza di ottenere utili immediati e grossi. Solo dai vistosi capitali, che anticipano le spese e con piccolo profitto sull’unità della merce guadagnano sul grande numero di esse unità,