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è sempre prima ad affrontare i pericoli delle battaglie, ma essi soli non bastano; l’Italia trionferà quando il contadino cangerà volontariamente la marra col fucile; ora, per lui, onore e patria sono parole che non hanno alcun significato, qualunque sia il risultamento della guerra, la servitù e la miseria lo aspettano. Chi può, senza mentire a sè medesimo, affermare, che le sorti del contadino e del minuto popolo, verificandosi i concetti de’ presenti rivoluzionarii, subiranno tal cangiamento da meritare le pene ed i sacrifizii necessari a vincere? Il socialismo, o se vogliasi usare altra parola, una completa riforma degli ordini sociali, è l’unico mezzo, che, mostrando a coloro che soffrono un avvenire migliore da conquistarsi, li sospingerà alla battaglia. Quindi, le difficoltà che presenta la guerra del nostro risorgimento, i numerosi nemici, l’indole italiana assai difficile a governare, la vita municipale prima a manifestarsi nelle rivoluzioni, il costume, omai reso seconda natura, di resistere a chi comanda... costituiscono il fato della nazione; inesorabilmente le è segnato il destino. Schiavitù o socialismo; altra alternativa non v’è.

Poniamo ora il caso che in un rivolgimento il popolo italiano vegga la possibilità di migliorare il suo avvenire, ed animato da una passione forte e popolare, che unifichi e determini la sua volontà e la sua azione, corra volenteroso incontro al nemico; e facciamoci a ricercare, seguendo il paragone con la Francia, se i suoi mezzi materiali sieno tali da vincere.

La Francia, avanti la rivoluzione, contava 250 mila uomini, dei quali 10 mila erano milizie dorate della corte, sparite con essa; 77 mila erano battaglioni provinciali; 20 a 25 mila stranieri; quindi i soldati regolari nazionali si riducevano a 150 mila. In Italia, ammessa una rivoluzione universalmente sentita, che ne raccolga le forze sotto la stessa bandiera, non