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stanza chiaro, con l’opinione di due illustri uomini, Cesare Beccaria e Mario Pagano.

«Il furto, dice Beccaria, non è per l’ordinario che il delitto della miseria e della disperazione, il delitto di quella infelice parte di uomini a cui il diritto di proprietà (terribile e forse non necessario diritto) non ha lasciato che una nuda esistenza.»

Molto più a lungo ed esplicito ne ragiona Mario Pagano: «Quello che viene occupato, posseduto ed ingombro dal nostro corpo è pur nostro, perchè ivi si estende» la nostra fisica potenza, e morale benanche. Quell’aria che respiriamo, e ch’ebbe eziandio, sotto la tirannide de’ greci imperatori, a riscattare con un dazio l’avvilito mortale; quella porzione di terra che premiamo col piede, la quale è solo retaggio di gran moltitudine d’uomini; quello spazio cui riempie il nostro corpo, il quale neppure ci si toglie con la vita stessa, è così nostro come le proprie membra. Quei prodotti della terra che, per sostenimento della nostra vita occupa la nostra mano, per la medesima ragione sono nostri, che della pianta sono non solamente il tronco, i rami, le radici, il suolo ove quelle vengono confinate, ma ben’anche quel nutrimento, quell’umore, quei succhi, che beono le sue radici, e servono al conservamento suo.

Ma come poi si appropria un uomo solo quelle ampie foreste, quegl’immensi campi che non misura il suo piede, la mano sua non occupa, e neppur signoreggia lo sguardo?

La natura un patrimonio comune ha conceduto agli uomini tutti, ha legato loro un’ampia eredità, la quale è questa terra, dal cui seno prodotti gli ha, e nel seno della quale, gli ha piantati e radicati. Come alle piante per nutrirsi ha dato le radici, così le mani all’uomo per estendere la sua forza sul retaggio comune, e far proprio ciò che alla sua sussi-