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rabbiosa, impotente, di piangere, d’urlare. Poi ricadeva sul letto, riaffondava la faccia nel guanciale bagnato di lagrime.

— Come! Aveva dunque pianto?

A poco a poco, sotto l’incubo dei pensieri che gli si presentavano sempre con la medesima forma, col medesimo giro, si stordì e rimase a lungo immobile, quasi inconsapevole, sospirando di tratto in tratto, stanco; ridestandosi talora con la coscienza ottusa, e la sensazione soltanto degli occhi aridi, sbarrati nel bujo della camera.

Poi le fessure delle imposte cominciarono a schiarirsi. Grado grado, quei fili esili d’umido albore s’accesero vieppiù nel bujo, rifulsero biondi: — il sole!

Egli, dal letto, con le mani intrecciate dietro la nuca, guardava le imposte. Giù per la strada cominciava il trànsito continuo dei carri, ed era come se gli passassero per la mente: egli li vedeva, così giacente e compreso ancora dal tepore del letto e della camera, con l’anima appena risentita. Di fuori, il giorno.... il lavoro.... Gli operai, seduti l’uno accanto all’altro sul marciapiedi, aspettano che s’apra il portone della conceria. Ecco, suona la campana, entrano, a due a due, a tre, allegri o taciturni, con un fagottino sotto il braccio. Il vecchio Scoma, ah, quegli non parla mai.... sua figlia....