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volava, sbuffando. Egli beveva a larghi sorsi l’aria mossa, sibilante, dal finestrino della vettura. “Vivere! vivere!„ E l’esaltazione era cresciuta durante tutto il viaggio. Gli era parso di vedere il mondo, la vita quasi sotto un aspetto nuovo: ogni suo criterio n’era stato turbato, commosso: la vita, così, senza nesso, sotto il sole, nella beatitudine immensa, azzurra e verde della stagione, gli era entrata nell’anima, dilagando e scacciando ogni pensiero, ogni cura.

Trovò, pochi giorni dopo l’arrivo a Palermo, la casa che in quel momento gli conveniva meglio, in una via deserta, fuori Porta Nuova: in via Cuba, assai lontana dal centro della città, quasi in campagna.

Era una palazzina d’un sol piano, di signorile aspetto, con un balcone in mezzo e due finestre per ciascun lato.

— Un paradiso! Non ci si può morire.... — gli disse il portinajo nell’aprire il portoncino sotto il balcone.

Appena attraversato l’androne, Gregorio Alvignani, nel porre il piede sul primo dei tre scalini d’invito, che mettevano in una specie di corte, larga, ammattonata, cinta di muri e scoperta, sussultò improvvisamente a una strepitosa volata di colombi, che andarono ad allinearsi in capo ai due muri di cinta, grugando.