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VII.


La lettera di Gregorio Aivignani era, come ogn’altra manifestazione de’ suoi sentimenti, sincera in parte.

Veramente a Roma egli aveva sentito ciò che nella lettera chiamava “la voce sincera della nostra natura....„

Il troppo lavoro sedentario, l’attività mentale incessante, la persistenza prolungata, ininterrotta di sforzi, a cui era costretto non solo per sostenere quella vita signorile ch’era abituato a condurre, ma anche per nutrire, giustificare e imporre altrui la pronta sua ambizione ai poteri politici; non compensati dal sonno necessario, dai necessari riposi intermittenti, lo avevano alla fine stremato, gli avevano cagionato un gran perturbamento nervoso.

E una mattina, innanzi allo specchio, gli era avvenuto di notare il pallor fosco del volto quasi disfatto, le rughe alla coda degli occhi, la piega triste delle labbra, i capelli di molto diradati; e se n’era rammaricato profondamente. Entrato poi nello studio e sedutosi innanzi alla scrivania