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meno me l’aspettavo, qualcuno di questi, ecco, impallidiva, fissava gli occhi, ammutoliva, poi buttava via la sigaretta, e, tra le risa dei compagni, scappava via; rientrava nella sala da giuoco. Perchè ridevano i compagni? Sorridevo anch’io, istintivamente, guardando come uno scemo.

A toi, mon chéri! — sentii dirmi, piano, da una voce femminile, un po’ rauca.

Mi voltai, e vidi una di quelle donne che già sedevano con me attorno al tavoliere, porgermi, sorridendo, una rosa. Un’altra ne teneva per sè: le aveva comperate or ora al banco di fiori, là, nel vestibolo.

Avevo dunque l’aria così goffa e da allocco?

M’assalì una stizza violenta; rifiutai, senza ringraziare, e feci per scostarmi da lei; ma ella mi prese, ridendo, per un braccio, e — affettando con me, innanzi a gli altri, un tratto confidenziale — mi parlò piano, affrettatamente. Mi parve di comprendere che mi proponesse di giocare con lei, avendo assistito poc’anzi ai miei colpi fortunati: ella, secondo le mie indicazioni, avrebbe puntato per me e per lei.

Mi scrollai tutto; sdegnosamente, e la piantai lì in asso.

Poco dopo, rientrando nella sala da giuoco, la vidi che conversava con un signore bassotto, bruno, barbuto, con gli occhi un po’ loschi, spagnuolo all’aspetto. Gli aveva dato la rosa poc’anzi offerta a me. A una certa mossa d’entrambi, m’accorsi che parlavano di me; e mi misi in guardia.

Entrai in un’altra sala; m’accostai al primo tavoliere, ma senza intenzione di giocare; ed ecco, ivi a poco, quel signore, senza più la