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— Che vuol dire?

Sapeva leggere appena. Con lo sguardo mi chiese se fosse proprio necessario ch’ella facesse quello sforzo, in quel momento.

— Leggi, — insistetti io.

E allora ella si asciugò gli occhi, spiegò il foglio e si mise a interpretar la scrittura, pian piano, sillabando. Dopo le prime parole, corse con gli occhi alla firma, e mi guardò, sgranando gli occhi:

— Tu?

— Da’ qua, — le dissi, — te la leggo io, per intero.

Ma ella si strinse la carta contro il seno:

— No! — gridò. — Non te la do più! Questa ora mi serve!

— E a che potrebbe servirti? — le domandai, sorridendo amaramente. — Vorresti mostrargliela? Ma in tutta codesta lettera non c’è una parola per cui tuo marito potrebbe non credere più a ciò che egli invece è felicissimo di credere. Te l’hanno accalappiato bene, va’ là!

— Ah, è vero! è vero! — gemette Oliva. — Mi è venuto con le mani in faccia, gridandomi che mi fossi guardata bene dal metter in dubbio l’onorabilità di sua nipote!

— E dunque? — dissi io, ridendo acre. — Vedi? Tu non puoi più ottener nulla negando. Te ne devi guardar bene! Devi anzi dirgli di sì, che è vero, verissimo ch’egli può aver figliuoli... comprendi?