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Ero presente a questa scena. Come abbia fatto a frenarmi lì per lì, non so. Mi trattenne il rispetto per la mamma. Soffocato dall’ira, dalla nausea, scappai a chiudermi in camera, e solo, con le mani tra i capelli, cominciai a domandarmi come mai Romilda, dopo quanto era avvenuto fra noi, si fosse potuta prestare a tanta ignominia! Ah, degna figlia della madre! Non il vecchio soltanto avevano entrambe vilissimamente ingannato, ma anche me, anche me! E, come la madre, anche lei dunque si era servita di me, vituperosamente, per il suo fine infame, per la sua ladra voglia! E quella povera Oliva, intanto! Rovinata, rovinata...

Prima di sera uscii, ancor tutto fremente, diretto alla casa d’Oliva. Avevo con me, in tasca, la lettera di Romilda.

Oliva, in lagrime, raccoglieva le sue robe: voleva tornare dal suo babbo, a cui finora, per prudenza, non aveva fatto neppure un cenno di quanto le era toccato a soffrire.

— Ma, ormai, che sto più a farci? — mi disse. — È finita! Se si fosse almeno messo con qualche altra, forse...

— Ah tu sai dunque, — le domandai, — con chi s’è messo?

Chinò più volte il capo, tra i singhiozzi, e si nascose la faccia tra le mani.

— Una ragazza! — esclamò poi, levando le braccia. — E la madre! la madre! la madre! D’accordo, capisci? La propria madre!

— Lo dici a me? — feci io. — Tieni: leggi.

E le porsi la lettera.

Oliva la guardò, come stordita; la prese e mi domandò: