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insopportabile e non sapevo resistere alla tentazione d’accostarmi a gli altri, bisognava pure che alle domande di questi altri, i quali avevano bene il diritto di sapere con chi avessero da fare, io soddisfacessi, rassegnato, nel miglior modo possibile, cioè mentendo, inventando: non c’era via di mezzo! La colpa non era degli altri, era mia; adesso l’avrei aggravata, è vero, con la menzogna; ma se non volevo, se ci soffrivo, dovevo andar via, riprendere il mio vagabondaggio chiuso e solitario.

Notavo che Adriana stessa, la quale non mi rivolgeva mai alcuna domanda men che discreta, stava pure tutta orecchi ad ascoltare ciò che rispondevo a quelle della Caporale, che, per dir la verità, andavano spesso un po’ troppo oltre i limiti della curiosità naturale e scusabile.

Una sera, per esempio, lì nel terrazzino, ove ora solitamente ci riunivamo quand’io tornavo da cena, mi domandò, ridendo e schermendosi da Adriana che le gridava eccitatissima: — « No, Silvia, te lo proibisco! Non t’arrischiare! » — mi domandò:

— Scusi, signor Meis, Adriana vuol sapere perchè lei non si fa crescere almeno i baffi....

— Non è vero! — gridò Adriana. — Non ci creda, signor Meis! È stata lei, invece.... Io....

Scoppiò in lagrime, improvvisamente, la cara mammina. Subito la Caporale cercò di confortarla, dicendole:

— Ma no, via! che c’entra! che c’è di male?

Adriana la respinse con un gomito:

— C’è di male che tu hai mentito, e mi fai rabbia! Parlavamo degli attori di teatro che sono tutti.... così, e allora tu hai detto: « Come