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fino diceva di non sapere se fossero pamòi o no. Avevano invitato il loro parroco a pranzo, certo, e largheggiavano con lui di danaro per i poveri. La signora gli aveva anche offerto qualchecosa per la chiesa. “Una santa!„ brontolò l’uomo acido con un ghigno pieno di reticenze. “Oh no se sa po gnente!„ esclamò don Serafino. “Ela, no la sa gnente!„ ribattè l’altro: e si fermò lì per paura dei “ta ta ta„ di Zaneto. “E pur la gavarà i so trenta„, brontolò il signore amaro, a epilogo di parole taciute. Allora gli scoppiò da ogni parte un fuoco vivo di “Cossa, trenta? Cossa, trenta?„ “Vinticinque!„ “Vintido!„ L’acido venne in soccorso dell’amaro: “Mo sì! Undese! Diese!„

Al battere delle undici tutta la brigata si rovesciò in frotta dal salotto sulle scale. Nell’atrio del palazzo cominciarono i bisbigli sul muso lungo della marchesa. Che diavolo aveva? Appena uscito lo sciame sulla via sopraggiunse l’ultimo amico di casa che s’era indugiato con Federico sulle scale appunto per spillargli il segreto del muso lungo. Sopraggiunse correndo, ridendosi nel bavero rialzato, fregandosi le mani, ripetendo a sè stesso: “Bela, bela, bela, bela!„ Subito gli furono tutti attorno, tutti sorbirono con voluttà il famoso uovo, tutti fecero eco: “Bela! Bela!„ meno don Serafino che