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non avesse che circa cinquant’anni. La sua fronte calva si elevava alta. I suoi occhi profondi e neri fiammeggiavano. Il suo naso aquilino respirava le tempeste. Le sue labbra fine e pallide, ornate di un falso sorriso, denunziavano l’astuzia. Dai larghi denti, spaziati, acuti, indicavano istinti poco umani. Contrariamente alle regole del suo ordine, portava la testa alta, e guardava dritto innanzi a sè.

Gli è vero, che nella sua prima gioventù quel padre era stato dragone. E’ si chiamava allora il conte di Landrolle. Si chiama adesso il padre d’Ebro.

Aveva disertato da Napoleone a Waterloo, al seguito di Bourmont.

La messa, che scivolava allo spiccio, passava per sopra al suo capo. E’ non ne aveva bisogno. Azzeccava invece il suo sguardo sull’uomo dal Toson d’oro, il quale sembrava più attento e più divoto di lui.

Quando il prete si fu comunicato, il gesuita si avvicinò all’inginocchiatoio. L’uomo che l’occupava fe’ segno della testa di non aver d’uopo del ministero di lui. Si alzò infatti ed andò a comunicarsi all’altare.

Di ritorno al suo posto, e’ parve più fervente. Il gesuita, più inquieto.

Infine, la messa terminò. Il prete rientrò in sacrestia, ed il personaggio in veste da camera si levò. Il gesuita si precipitò per rialzare la portiera dell’uscio, lo lasciò passare e lo seguì.

Il personaggio dal Toson d’oro non manifestò di avvedersi di quegli atti di deferenza. E’ camminò dritto, traversando qualche sala ove zonzavano parecchi lacchè, affrettati ad aprire le porte.

Il gesuita seguiva in silenzio.

Arrivati in una galleria dove si aprivano più porte, il padre d’Ebro s’inchinò profondamente dietro il personaggio che lo precedeva, quasi per pigliare commiato da lui. Allora questi si volse e gli fe’ segno di continuare a seguirlo.

Il gesuita girò il manubrio della porta. Il personaggio entrò in una camera da letto, la traversò ed andò a sedere in un gabinetto da lavoro o da preghiera.

Quel ricovero, le di cui finestre sporgevano sul giardino,