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Il general Sirtori è una di quelle fisonomie di Alberto Durer che esprimono il mistero e portano il suggello della fatalità. Sirtori parla poco, e mai per non dir nulla. Ride di raro. Non conosce alcuno dei piaceri della vita e della giovinezza. Fu prete. La rivoluzione e l’Italia lo rapirono alla chiesa. È adesso generale e capo di stato maggiore. Dovunque il cannone tuona per la patria, Sirtori si trova alle prime file: in Lombardia, nel 1848, a Venezia nel 1849, dal 1859 con Garibaldi. Poi, nell’esilio, ove si urtò a tutte le prove, a tutti i movimenti dei partiti. Sirtori morse a tutte le miserie, a tutti i dolori, ai più fulminanti disinganni, e fortificò la sua anima di gravi studi militari. La sua vita è piena. Egli l’ha conquistata passo a passo, ora ad ora; severo fino all’orgoglio, degno puritano, disdegnoso. Egli non ha inclinata la sua testa che innanzi di due uomini — Garibaldi ed il conte di Cavour! Il suo difetto è l’eccesso di coraggio. Nella mischia il sangue gli sale al cervello ed oblia che è generale. Sirtori non ha parlato in Parlamento che una volta sola, ed il suo ex-abrupto fu un colpo di fulmine. Ogni parola ferì come un pugnale. Egli lo lamentò di poi. Sirtori non ha finita la sua missione. Su quella figura il destino ha impresso un misterioso che colpisce l’osservatore ed il superstizioso.

Ma parlando di misteriosi, il nome di Zuppetta si trova sotto la mia penna. Zuppetta è uno di quegli esseri terribili che la rivoluzione fa giganti, la pace divora. Zuppetta è comparso due volte