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P. — T’arresta un poco, di grazia; percbè oppresso sotto tanta mole di cose, non potrei rilevarmene a darti risposta.

A. — Dì su, che volentieri t'ascolto.

P. - Le tue parole destarono in me non lieve maraviglia; perchè mi dai colpa di cose, che non mi passarono nemmanco per l’animo. Credi adunque che mi confidi nel mio ingegno? Ed io so dirti che, conoscendone la pochezza, non lo tengo in verun conto. Nè potrei insuperbire d’aver letto assai libri; perchè ben lungi dal ritrarne grande tesoro di scienza, assai gravi crucci me ne derivarono. Nè ho di che gloriarmi della eloquenza; s'egli è vero, siccome tu stesso il dicesti, che io non provi maggior disdegno che del non poter significare i concetti della mia mente. Ove tu col tuo dire non mirassi ora a prendere esperimento di me, ben sai che fui sempre consapevole a me stesso di quanto meschinamente io mi valga; e solo dall’altrui ignoranza presi talvolta argomento a tenermi in qualche pregio. Perchè, siccome spesso io ripeto, noi siamo giunti a tale, da essere, a detta anche di Cicerone, più stimati a cagione dell’altrui sciocchezza, che del merito nostro. Che se anche possedessi in larga copia le qualità a cui accenni, sarebbero esse tanto gran cosa da insuperbirne? Non mi conosco sì poco, nè tanta è la mia leg-