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A. — Quel desiderio pertanto non sarà nè libero nè perfetto, ove prima non quietino gli altri. Perchè quanto l’animo, per la nativa grandezza si sente rapito al cielo, ed altrettanto è trascinato a terra dal corporeo peso, e dai mondani allettamenti. E voi, mentre che volete ascender lassuso tenendo gli occhi fitti alla terra, d’una in altra parte sospinti, non adempite nè a questa cosa nè a quella.

P. — E che adunque stimi che mi resti a fare, acciocchè l’animo volonteroso, spezzati i legami terreni, si sollevi alle superne cose?

A. — A tanta perfezione null’altro meglio conduce, quanto il richiamarsi del continuo a ciò, di cui ti feci menzione dapprima; ed è, il pensiero della morte.

P. — Se non m'inganno anche adesso, non v’ebbe uomo che più di me frequentemente la meditasse.

A. — Altro campo, altra fatica.

P. — E che? dico adunque bugia una seconda volta?

A. — Vorrei che parlassi alquanto più gentile.

P. — Però questo tuo favellare......

A. — Ed è pur vero!

P. — Adunque io non medito la morte?

A. — Assai rado, e con tanta spensieratezza, che non giungi mai a toccar fondo a tutta la tua miseria.

t.XI. 4