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del non potersi scuotere dal collo il giogo del vizio, sebbene a tale effetto si travagliassero senza posa e d’ogni loro potere. Per lo che restando intera la sentenza degli Stoici, si può dire che grande sia il numero degli infelici, benché repugnanti e desiderosi del contrario.

A. — Siamo alquanto usciti dalla battuta. Ritorniamovi passo passo, se pure tu rammenti il donde incominciammo dapprima.

P. — Me ne dimenticava quasi, ma ora torno a ricordarmene.

A. — Io mi era proposto dapprima di farti toccare con mano, siccome, a cansare le distrette della vita mortale e a Sollevarsi alto di terra, non v’abbia migliore cominciamento, che il meditare la morte e l’umana miseria. Conseguita la qual cosa, si richiede che l’uomo ecciti in sè il potente desiderio e la premura di sorgere dal basso stato in che si ritrova. Allora solo ti prometteva agevole la salita a ciò, cui sospira il cuor nostro; purchè a te, anche adesso, non sembri l’opposto.

A. — Ciò ben potrei pensare, ma dirlo non mai: chè dalla mia giovinezza stimai sempre andarsene errato colui che senta altro da te.

A. — Lascia le lusingatrici parole; ma poichè m’avvedo che tu, condotto da reverenza piuttosto che dal proprio senno, as-