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monio, iniziata e condotta a termine da lei per amore del figlio; ella vedeva minacciato di giudizii, tediato, rovinato quel Pio, che era stato il pensiero unico, l’unica speranza, l’orgoglio della sua vita. In quel momento la duchessa lo guardava con compassione, senza che la sua bocca pronunziasse una parola di rimprovero, senza che dall’occhio umido di lagrime partisse uno sguardo meno affettuoso dello sguardo consueto. Ma soffriva per lui, soffriva vedendo cadere tutti i suoi sogni d’avvenire, e se il dolore non le avesse fiaccate le gambe, sarebbe andata lei, così altera, a raccomandarsi agli uomini danarosi di Roma affinchè le salvassero il figlio.

— Ma l’amministratore che fa? dov’è? Chiamatelo! — ordinò la duchessa a Giorgio entrato in quel momento recando una lettera al principe.

Don Pio lesse la lettera e la passò alla madre, dicendo con la solita intonazione di voce:

— È inutile di farlo chiamare.

— Fuggito! — gridò la duchessa sgualcendo la lettera. — Ma la sventura ci perseguita, ci opprime!

— Giocava alla Borsa e ha perduto, — disse il principe, — è una cosa tanto naturale; ora non potendo pagare va all’estero.