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la mia scuola di grammatica 273

l’avvento due vates che s’amavano tra loro. Essi sono per eccellenza i poeti della vita mediocre, cioè del sacrifizio, cioè cristiana. Erano anche quelli, tempi, come i nostri, in cui gli uomini sembrano tornati nuovi in nuovo mondo, e incominciano la loro via dalla barbarie alla civiltà. Perchè il genere umano fa questa sua via quasi riluttando, condotto a mano, come fanciullo protervo, da una dolce necessità. Quando può, sfugge, e torna indietro di corsa; e allora quella forza soave va a riprenderlo. Orfeo ricomincia a sonare la sua cetra. Ebbene questa cetra era allora in mano d’un figlio di liberto, nella cui gente era stata la schiavitù, e d’un figlio di contadino, nella cui gente era stato il lavoro.

E il figlio del libertino straniero ora con pedestri sermoni ora con odi alate mostrava in sè la cara felicità che è nel poco. Lasciamo da parte le massime filosofiche, e consideriamo soltanto quello che egli con l’esempio persuadeva e faceva amare.

Noi lo vediamo nella sua villetta cibarsi d’erbe e legumi, conditi assai con un po’ di lardo, e distribuire ai vernae di sua mano la loro parte, dopo aver fatto sacrifizio ai Lari: lo vediamo lavorare anch’esso, coltando qualche campetto e liberandolo dai sassi. I vicini campagnoli ammirano certo l’amico dei potenti, le cui cene sono così semplici; sorridono forse, vedendo il poeta e il cittadino che adopera il marrello e la vanga; ma egli può dire, scrivendo dalla città:

Niuno costì quel poco di bene con gli occhi mi lima
lividi, non mi ci mette l’oscuro veleno dell’odio.

Orazio si sente amato, e l’invidia non è intorno a lui. Che desiderar di più? Egli là vive la vera vita: