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260 pensieri e discorsi

era principalmente d’occupare la cattedra alla quale, illustri colleghi e Magnifico Rettore, m’avete chiamato: la cattedra, o giovani studenti, di grammatica latina e greca: modus agri non ita magnus.

Il mio compito, sì, è modesto. Per vero, qual è egli? Quello del tradurre i classici delle due lingue. Per un anno, voi più giovani tra i giovani studenti di lettere, dovete con me seguitare quello che facevate nel liceo: tradurre Omero, Platone, Virgilio, Livio. Io non devo esser per voi se non quello che fu per tre anni il vostro maestro di greco e latino. Anzi, meno. Ad altri spetta di trattare la storia delle due letterature; ad altri s’appartiene di insegnarvi metodicamente ciò di cui quel vostro maestro vi dava sparsamente qualche notizia: linguistica, archeologia, storia dell’arte, paleografia. A me resta sola l’interpretazione dei testi. Non sono a voi maestro di lettere, ma di lingua greca e latina. Invero questa cattedra che qui si intitola di grammatica, altrove si chiama di lingua. Nè le due lingue e la loro grammatica io devo trattare scientificamente, chè ciò è uffizio d’altri migliori di me. La mia è piuttosto un’arte: quell’arte che voi, giovani del primo anno, cominciaste a imparare, per il latino, otto anni fa, e a mano a mano che l’imparavate, metteste da parte; quell’arte che è come una chiave per entrare e che, quando s’è entrati, s’appicca al chiodo, perchè non fa più bisogno. Fa di bisogno sì, ma soltanto a chi sia uscito di nuovo; a chi, voglio dire, abbia intermesso lo studio; ma voi avete perseverato, avete progredito e migliorato via via: a chi possiede l’arte non occorre più la teorica, se non ci torna su, per rendersene ragione minuta ed esatta. Il che farete,