Pagina:Pensieri e discorsi.djvu/157


la scuola classica 145

Decia, il Setti, il Murero, il Tincani, il Bonino: c’ero anch’io. C’erano da un venti (e potevano essere quaranta e cento) di questi anfibi che hanno il loro pascolo nello stagno, a volte melmoso, della scuola, e il loro svago nel prato sempre fiorito della scienza; di questi cari esseri che tirano con la forte rassegnazione dell’alfana la carretta dall’insegnamento tutto il giorno, e alla sera aprono le ali dell’ippogrifo nel cielo libero dell’arte: gente che meglio d’ogni altro “al mondo„ aveva decifrate e illustrate iscrizioni osche, che meglio d’ogni altro “al mondo„ aveva descritta la cultura del Medio Evo, che aveva derivato dalla ricca Germania tesori d’erudizione per l’Italia immiserita, che aveva scritto volumi, non solo grossi ma belli. Povera gente! di cui non si parla mai nei giornali, e non si parlò, per esempio, in una recente disputa sul decadimento della letteratura italiana, perchè non scrive romanzi. Ebbene quei professori, giovani allora dal più al meno, molto amarono lei, onorevole Martini, per quella sua fiducia, alla quale risposero come poterono. E meglio avrebbero risposto, se la fiducia fosse stata — ma non era a lei lecito concederla — più piena. Non le era lecito, perchè sa quale e quanta avrebbe dovuto essere quella fiducia, per fruttare? Tale e tanta: “Cari amici, eccovi regolamenti, programmi, orari, leggi e decreti: bruciate tutto e rifate tutto!„

Sicuro! e noi avremmo rifatto tutto. Che meraviglia? È superbia, se un calzolaio si assume di far nuove le scarpe che gli si portano a rattoppare? meraviglia, se le fa? In vero io, e, credo, tutti gl’insegnanti d’Italia, abbiamo in pectore i nostri bravi orari, regolamenti e programmi: e quelli tra noi che non