Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/442


primo lavoro che feci fu di rompere una fascina e macinare il caffè.

Chi mi disse che sembravo un’anguilla fu l’Emilia. Quella sera mangiammo ch’era scuro, alla luce della lampada a petrolio, tutti in cucina — le due donne, Cirino, e massaro Lanzone mi disse che la vergogna a tavola stava bene, ma che il lavoro andava fatto con franchezza. Mi chiesero della Virgilia, dell’Angiolina, di Cossano. Poi l’Emilia la chiamarono di sopra, il massaro andò in stalla e restai solo con Cirino davanti alla tavola coperta di pane, di formaggio, di vino. Allora mi feci coraggio e Cirino mi disse che alla Mora ce n’era per tutti.

Cosí venne l’inverno e cadde molta neve e il Belbo gelò — si stava al caldo in cucina o nella stalla, c’era soltanto da spalare il cortile e davanti al cancello, si andava a prendere un’altra fascina — , o bagnavo i salici per Cirino, portavo l’acqua, giocavo alle biglie coi ragazzi. Venne Natale, Capodanno, l’Epifania; si arrostivano le castagne, tirammo il vino, mangiammo due volte il tacchino e una l’oca. La signora, le figlie, il sor Matteo si facevano attaccare il biroccio per andare a Canelli; una volta portarono a casa del torrone e ne diedero all’Emilia. La domenica andavo a messa in paese coi ragazzi del Salto, con le donne, e portavamo il pane a cuocere. La collina di Gaminella era brulla, bianca di neve, la vedevo in mezzo ai rami secchi di Belbo.


438