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IV.

Nemmeno per la Madonna d’agosto Nuto ha voluto imboccare il clarino — dice che è come nel fumare, quando si smette bisogna smettere davvero. Di sera veniva all’Angelo e stavamo a prendere il fresco sul poggiolo della mia stanza. Il poggiolo dà sulla piazza e la piazza era un finimondo, ma noi guardavamo di là dai tetti le vigne bianche sotto la luna.

Nuto che di tutto vuol darsi ragione mi parlava di che cos’è questo mondo, voleva sapere da me quel che si fa e quel che si dice, ascoltava col mento poggiato sulla ringhiera.

— Se sapevo suonare come te, non andavo in America, — dissi. — Sai com’è a quell’età. Basta vedere una ragazza, prendersi a pugni con uno, tornare a casa sotto il mattino. Uno vuol fare, esser qualcosa, decidersi. Non ti rassegni a far la vita di prima. Andando sembra piú facile. Si sentono tanti discorsi. A quell’età una piazza come questa sembra il mondo. Uno crede che il mondo sia cosí...

Nuto taceva e guardava i tetti.

— ... Chi sa quanti dei ragazzi qui sotto, — dissi, — vorrebbero prendere la strada di Canelli...

— Ma non la prendono, — disse Nuto. — Tu invece l’hai presa. Perché?

Si sanno queste cose? Perché alla Mora mi dicevano anguilla? Perché un mattino sul ponte di Canelli avevo visto un’automobile investire quel bue? Perché non sapevo suonare neanche la chitarra?

Dissi: — Alla Mora stavo troppo bene. Credevo che tutto il mondo fosse come la Mora.

— No, — disse Nuto, — qui stanno male ma nessuno va via.


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