Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/16



Di nuovo quella sera saliva dalla costa un brusio di voci, frammisto di canti. Veniva dall’altro versante, dove non ero mai disceso, e pareva un richiamo d’altri tempi, una voce di gioventú. Mi ricordò per un momento le comitive di fuggiaschi che la sera, come gitanti, brulicavano sui margini della collina. Ma non si spostava, usciva sempre dallo stesso luogo. Era strano pensare che sotto il buio minaccioso, davanti alla città ammutolita, un gruppo, una famiglia, della gente qualunque, ingannassero l’attesa cantando e ridendo. Non pensavo nemmeno che ci volesse coraggio. Era giugno, la notte era bella sotto il cielo, bastava abbandonarsi; ma, per me, ero contento di non avere nei miei giorni un vero affetto né un impaccio, di essere solo, non legato con nessuno. Adesso mi pareva di aver sempre saputo che si sarebbe giunti a quella specie di risacca tra collina e città, a quell’angoscia perpetua che limitava ogni progetto all’indomani, al risveglio, e quasi quasi l’avrei detto, se qualcuno avesse potuto ascoltarmi. Ma soltanto un cuore amico avrebbe potuto ascoltarmi.

Belbo, piantato sul ciglione, latrava contro le voci. Lo strinsi per il collare, lo feci tacere, e ascoltai meglio. Tra le voci avvinazzate ce n’erano di limpide, e perfino una di donna. Poi risero, si scompigliarono, e salí una voce isolata di uomo, bellissima.

Stavo già per tornare sui miei passi, quando dissi a me stesso:

«Sei scemo. Le due vecchie ti aspettano. Lascia che aspettino».

Nel buio cercavo d’indovinare il sito preciso dei cantori. Dissi:

«Magari sono gente che conosci». Presi Belbo e gli feci segno verso l’altro versante. Mormorai sottovoce una frase del canto e gli dissi: — Andiamo là — . Lui sparí con un balzo.

Allora, lasciandomi guidare dalle voci, m’incamminai per il sentiero.


12