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Cate, a Nando, a tutti gli altri non osavo pensare, quasi per darmi un attestato d’innocenza. A un certo punto mi scrollai, mi feci schifo. Per la terza volta pisciai contro un tronco.

Dino arrivò due ore dopo, insieme all’Elvira, che s’era messo il velo nero sul capo come quando tornava da messa. — Non si è visto nessuno, — mi dissero. Portavano un pacco e un pacchetto piú piccolo. — C’è da mangiare e c’è la roba, — disse lèi. La roba erano calze, fazzoletti, il rasoio. — Siete matti, — strillai. Ma l’Elvira mi disse che ci aveva pensato, che mi aveva trovato un bel rifugio sicuro. Era oltre il Pino, in pianura, il collegio di Chieri, una casa tranquilla con letti e refettorio. — C’è un bel cortile e fanno scuola. Starà bene, — mi disse. — Qui c’è una lettera del parroco. È una scuola di preti. Tra loro s’aiutano, i preti. Parlava tranquilla, non piú spaventata. Anche il rossore era scomparso. Tutto avveniva naturale, consueto. Ripensai quelle sere che le dicevo «Buona notte».

— E Dino? — dissi.

Per ora restava con loro. Disse: — Ci siamo già spiegati — guardandolo appena, e lui fece di sí col mento.

La stanchezza, il sapore di sangue tornavano a invadermi. Mi si annebbiarono gli occhi. Galleggiavo dentro un mare di bontà, di terrore, e di pace. Anche i preti, e il perdono cristiano. Cercai di sorridere ma la faccia non mi disse. Brontolai qualcosa — che rientrassero subito, che soprattutto non venissero a cercarmi. Presi i pacchi e partii.

Mangiai nei boschi e verso sera ero entrato nel collegio, per una viuzza fuori mano. Nessuno mi aveva veduto. Giurai, se potevo, di non uscirne mai piú.


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