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alla spalliera, sempre fissando Stefano. — Si vive con la gente, ma è stando soli che si pensa ai fatti nostri.

Poi rise nervoso. — ... Forse stasera aspettavate qualcuno... Non mi direte che l’avete scelto voi, di venire quaggiú. Non si sceglie il destino.

— Basta volerlo, prima ancora che ci venga imposto, — disse Stefano. — Non c’è destino, ma soltanto dei limiti. La sorte peggiore è subirli. Bisogna invece rinunciare.

Giannino aveva detto qualcosa, ma Stefano non l’aveva udito.

Si fermò e attese. Giannino taceva.

— Dicevate?

— Niente. Ora so che non aspettate nessuno.

— Certamente. Perché?

— Parlate in modo troppo astioso.

— Vi pare?

— Dite cose che io direi soltanto se fossi mio padre.

In quell’istante, dietro il vetro sorse ondeggiando un viso pallido. Stefano afferrò il braccio di Giannino e nascose abbassandola la punta rossa della sua sigaretta. Giannino non si mosse.

Il viso intento scorse sui vetri, un’ombra sull’acqua. L’uscio si schiuse e, siccome esitava, Stefano riconobbe Elena. Chiudeva a chiave ogni notte e lei lo sapeva. Doveva crederlo fuori.

Dalla fessura venne il freddo dell’esterno. Il viso esitò un altro poco, sperduto e irreale, poi la fessura si richiuse cigolando. Giannino mosse il braccio e Stefano susurrò: — Zitto! — Se n’era andata.

— Vi ho guastata la sera, — disse Giannino nel silenzio.

— È per via dell’armadio: veniva a farsi ringraziare.

Volgendosi, s’intravedeva nell’ombra la sagoma chiara. Giannino si volse un momento, poi disse: — Non state mica male, di destino.

— D’una cosa siate certo, Catalano: non mi avete guastata la sera.

— Credete? Una donna che non entra quando trova porta aperta, è preziosa — . Gettò la sigaretta e si alzò in piedi. — È cosa rara, ingegnere. E vi fa il letto e vi regala gli armadi! State meglio che ammogliato.

— Su per giú come voi, Catalano.

Credeva che Giannino accendesse la luce, ma non fu cosí. Lo


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