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— Ci sono i libri del marito di Dorina.

Qui mi disse che in casa non voleva rientrare. — Non arrestano soltanto di notte. Può anche darsi che aspettino per pigliarmi sul giro. O magari a teatro. O voglion fare una retata con le donne.

Lo lasciai dire quel che volle e ci pensavo. Se Carletto scappava, la capivano tutti. Si metteva nel rischio per niente. Bisognava sapere che cos’era successo; perché avevan preso Luciano e non lui. Poteva darsi che Luciano avesse avuto altre amicizie. Per esempio quegli studenti e avvocati del caffè.

Dissi la mia idea a Carletto che girava per la stanza. Lí per lí non rispose. Era smorto e agitato. Poi si fermò e disse: — Capisci di quei fogli? Se l’hanno preso è perché qualcuno ha parlato. E anche lui parlerà, se non sa che son fuori.

Mi venne in mente quando andavo per Torino a ubriacarmi e piú bevevo piú pensavo a tante cose e avevo il sangue come l’acqua in una stufa. Come lui, allora non potevo star fermo e parlavo da solo. Avevo sempre, giorno e notte, avanti agli occhi quella cosa.

— Io di qui non mi muovo, — mi disse Carletto. — Non sa nessuno che son qui.

— Se faccio in tempo, vado a casa per quei libri, — dissi allora. — Chi sa Dorina cosa pensa.

Gli dissi di stare nell’orto e partii. Sulla piazza tutto era tranquillo. Salii le scale, devo dire, piano piano e stavo già per entrar prima dalla vecchia, quando l’altr’uscio si spalanca e sento «Pablo». C’eran tutte, Dorina, Giulianella, la mia vecchia e la nonna. Giulianella mi aspettavo di vederla piú a terra. Era soltanto un po’ nervosa. Chi dava noia era la nonna, sempre dietro. Dissi subito a Dorina di farmi il pacchetto dei libri. Poi spiegai che Carletto s’era presa paura e non c’era piú niente da fare.

— Deve andar via, deve andarsene, — dicevano le donne.

— E Fabrizio, l’han preso Fabrizio?

— Macché.

Per far qualcosa combinammo che sarebbero partiti. Bastava andassero fuori Roma in una casa di parenti. Andò nel negozio Dorina per parlargli e combinare. Io mi presi Giulianella col pacco dei libri e dicevo: «Li butto nel Tevere».

Entrammo invece in un caffè perché Giulianella era stanca di girare. Di quei fogli mi disse che non era sicura. Avevan preso


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