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XV.

— Proprio stanotte dormi fuori, — mi diceva, — quand’ho chiesto e non c’eri, sono morto sul colpo. Ma dov’eri stanotte?

Io pensavo a tutt’altro, e anche lui ci pensava, ma era cosí agitato che parlava di me. Com’era andata non lo seppi che piú tardi. Anche troppo lo seppi. Da quel mattino anche Carletto non fu piú la stessa cosa. Quasi quasi mise paura anche a noi.

Giulianella era venuta quel mattino a casa loro. Era andato Carletto alla porta, e Giulianella l’aveva abbracciato piangendo. Eran venuti in quattro o cinque che Luciano dormiva, messo in aria la casa, poi l’avevano fatto vestire e arrestato. Giulianella era ancora da noi per sapere; credeva che fossimo arrestati tutti.

— Lascia perdere, — dico a Carletto.

— Pensa un po’ quando suono da te, e la Marina mi dice che non eri tornato. «L’han preso per strada» mi grida Dorina. «Pigliano tutti. Anche te». Sono corso a cercarti.

— Chi sa Luciano cos’ha fatto, — dissi allegro.

Ma a Carletto tremavano le mani. Non era finita. Giulianella diceva che gli avevano trovato dei fogli, e se adesso Luciano parlava era fatta.

— È un disgraziato, — diceva Carletto, — vedrai che lo picchiano e lo fanno parlare.

Ci pensai sopra e stetti zitto. Avrei voluto dirgli «Hai visto?» ma mi fece pietà e dissi: — Ancora sei fuori — . La prigione è una cosa che a parlarne non sembra niente.

Chiesi a Carletto se dei fogli lui ne aveva e disse: — No — . Poi camminava nella stanza e si fermò e gridò: — Miseria.

— Cosa c’è?


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