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avrei fatto conoscenza con la signora. Mi strinse la mano espansivo. Rientrando, pensavo a Berti e mi guardai d’attorno, e stavolta non c’era.

L’indomani mi attardai a scrivere fino a sole alto, e gironzai per le strade, rimuginando ancora le idee della sera prima, che ora nel tumulto e nella chiarezza del giorno mi apparvero scolorite e inconsistenti. Volevo giungere sulla spiaggia, che ci fossero già tutti.

Ma all’ingresso dello stabilimento trovai Guido, stavolta in accappatoio marrone, che subito mi sequestrò e c’incamminammo come d’intesa verso quel certo ombrellone. Quando ci fummo. Guido fece uno spontaneo sorriso ed esclamò: — Cara Nina. Come hai dormito? Permetti, — e le disse il mio nome. Toccai le dita di quella mano magra, e tra il riverbero e l’impedimento dell’ombrello le vidi soprattutto le gambe, lunghe e annerite, e i sandali complicati che le terminavano. S’era rialzata a sedere sullo sdraio, e mi guardò con occhi duri, scarni come la voce che rivolse a Guido.

Scambiammo qualche complimento, m’informai del suo bagno; mi disse che si bagnava soltanto verso sera nell’acqua tiepida; fece parecchie risatelle alle mie uscite, e mi ritese la mano quando la salutai, invitandomi a ripassare. Guido rimase.

Giunsi allo scoglio, e vidi Berti che, seduto contro il sasso, rivolgeva la parola a un’amica sedicenne di Ginetta, e Doro steso sulla sabbia tra loro lasciava fare. Clelia a quell’ora era in mare.


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