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— Non era mica il rastrello di Ernesto?

Allora cambiò gli occhi. — Sono proprio caduta. Avevo quattordici anni.

Mi prendeva la rabbia. Salto in piedi e la guardo. Gisella si copriva e non era piú lei.

— Se ti dico che con Ernesto ci parlavamo, mi credi? Ma la cicatrice è del rastrello, te lo giuro. Se avessi fatto un bambino, ce l’avrei.

Non fidarti delle donne quando ammettono il male, dice sempre Pieretto. Ma Gisella mi fece vedere, non aveva piú vergogna: la cicatrice non era uno spacco come fanno i bambini, erano unghiate alle radici.

— Hai giocato col gatto, — le faccio.

— Ho perso tanto sangue. Credevo di morire, — dice tenendomi la mano.

— E non ti fa piú male adesso?

— Se fai forte, sí —. Rideva già.

Allora mi alzo e accendo. — E cosa dice Ernesto?

Gisella mi guarda.

— Si, non ha visto Ernesto? L’hai detto tu che ti parlava.

Gisella era già in piedi. — Parlavamo soltanto, — mi dice. — Non mi ha mica mai toccata, cosa credi?

— Gisella, — le faccio, — Gisella...

La guardo e vedo ch’era rossa, povera diavola, e non mi toglieva gli occhi di dosso. Rastrello o manico, con me c’era venuta, e ci sarebbe stata ancora.

— Gisella, sarò uno stupido ma non me ne importa. Làsciati vedere, perché mi piace vederti.

Ma ci sbrigammo, perché era tardi e voleva tornare. Adesso aveva un’altra vergogna: mi teneva la bocca contro l’orecchio e voleva sapere se la cicatrice non sfigurava. — Chi vuoi che la veda? — le dico, — tu a me piaci sempre.

— Io non vengo nell’acqua, vai tu, — mi dice dopo, — è meglio che torniamo separati.

Una volta cessato il rumore di lei che se ne andava, resto là fiacco sotto il sole e pensavo che a qualcuno l’avevo fatta. È un momento quello, che uno non ne ha piú voglia di donne; ma di andarmene come avevo fatto con Michela non mi veniva neanche in mente. Sarà perché Gisella era piú naturale, e appena in piedi


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