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dieci anni dopo 397

quello nobilissimo del cavaliere Giovanni Bottagisio, sindaco di S. Massimo, prese la parola il comm. Luigi Dorigo, presidente della Deputazione provinciale veronese. Questi rievocò il giorno della redenzione, e gli atti di valore compiuti nel 1866 dal giovane Principe di Piemonte nella vicina terra di Villafranca, e conchiuse esclamando:

“Oh giorni cari e indimenticabili!... Oh giorni di entusiasmo e di amore!

Oggi noi siamo qui per assistere a una manifestazione di affetto e di devozione al lagrimato nostro Re; ma nel far questo le anime nostre fremono pensando che questo Re ci fu tolto dal piombo di uno dei figli suoi, dal piombo di un italiano.

Ah! lungi, lungi dalle nostre labbra il nome maledetto del parricida: resti su di esse soltanto la nostra esecrazione perenne. E, ad espiazione del delitto, in onore del Re martire, sorgano dovunque, per ogni città e per ogni terra italiana, lapidi, ricordi, fondazioni, che ne tramandino ai posteri il nome immacolato e il culto delle sue grandi virtù„.

Le nobili parole dei due oratori furono coperte d’applausi vivi e prolungati in mezzo a una generale commozione.

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Dopo di lui, il comm. Antonio Guglielmi, sindaco di Verona, non meno commosso — detto che Umberto dopo aver fatto del Principe un apostolo di amore per quel popolo in mezzo a cui visse beneficando, era caduto per opera di un infame sicario, emanazione di una scuola falsa e bugiarda, negazione di Dio e della civiltà — suggellava la patriottica improvvisazione con queste parole di fuoco:

“Nell’alba infausta del 30 luglio, dando l’annunzio doloroso alla mia città del grande delitto, mi erompeva dal cuore angosciato una imprecante invocazione sull’infame assassino e sui malvagi — di lui più perversi — che gli hanno armata la mano!

Oggi, davanti a questa lapide, quella imprecazione rinnovo!...„

Grido che rispondeva al sentimento di tutti i presenti; imprecazione, nella quale era altresì raccolto l’intimo sentimento di ogni anima italiana!


Ed ora.... volgiamo altrove lo sguardo.

Rechiamoci accanto a quella addolorata, la quale doveva provare, più atrocemente, lo spasimo di tanta ferita!... Colei che il mondo aveva il diritto di ritenere la donna più invidiata che cingesse Corona; Colei che, appoggiata al braccio di Umberto, si recava sorridente in mezzo al suo popolo,