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dall’odissea di omero 67

tirano e girano via, ed il trapano cigola e gira.
Tale, nell’occhio di lui noi quel palo con punta di fuoco,
trivellavamo, ed il sangue sfriggevagli intorno bollendo.
Tutte le palpebre intorno e le ciglia abbrustiva la vampa
della pupilla che ardeva, ed ardean crepitando le barbe.
Come se un fabbro ferraio una scure massiccia od un’ascia
tuffa in fredd’acqua, a temprarla, che quella con grande stridore
sfrigola e sibila: tale è questa la forza del ferro:
ora così sibilava dattorno a quel palo quell’occhio.
Egli, un grand’urlo terribile fece, con eco dell’antro.

niuno!

Noi qua e là spauriti fuggimmo. Ma egli dall’occhio
si strappò via quel troncone, imbrattato di molto suo sangue,
e smaniando in un tratto da sè lo buttò via lontano.
E con grandi urla i Ciclòpi chiamava, i Ciclòpi che torno
torno abitavano in grotte, nei picchi battuti dal vento:
essi la voce sentendo, venivano qual d’una parte,
quale d’un’altra e chiedean, presso l’antro, che mai gli dolesse.
“Che ti succede di male, così, Polifèmo, che gridi
tanto, nel sacro silenzio notturno, e dormir non ci lasci?
Forse qualcun dei mortali ti porta le pecore via?
Forse qualcuno t’uccide costi per inganno od a forza?„
     Dalla spelonca il fortissimo a lor Polifèmo rispose:
“Niuno, miei cari, m’uccide ad inganno, nemmeno per forza„.
     E rimandavano a lui le parole dall’ale di uccelli:
“Dunque, se solo costì tu dimori e nessuno t’offende,
certo gli è un male da Giove, impossibile certo a schivare:
si che non c’è che pregar Posidone, il divino tuo padre
     Questo dicendo partivano e il caro mio cuore mi rise,
che si adempisse l’inganno così d’aver dato quel nome.