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dall’odissea di omero 61


la grotta del mostro

E camminando giungemmo alla grotta; ma lui nella grotta
non ritrovammo: perchè pasturava le pecore pingui.
Meravigliando tra noi guardavamo nell’antro ogni cosa:
pieni di caci i canestri, stipati d’agnelli i cannicci,
e di capretti, e ciascuni serrati al lor posto, da parte:
i primaticci da un canto, dall’altro i serotini, quindi
i mezzanelli; e qua e là traboccavano i vasi di siero,
tutti, le secchie e i bacili, ben fatti, nei quali mungeva.
Qui sulle prime i compagni pregavano me con parole,
che di quei caci prendessimo e dietro tornassimo, e via
spinti alla rapida nave da’ chiusi gli agnelli e i capretti,
velocemente così navigassimo l’onda salata.
Non assentii però io, chè sarebbe pur stato il mio meglio,
che lui vedere io volea, se mi desse, qual ospite, i doni.
Oh! non doveva a’ compagni apparire d’amabile aspetto.


lui!

Quivi facemmo del fuoco, poi sacrificammo, poi anche
noi di quei caci mangiammo, attendendolo dentro, seduti.
Ecco parando il suo branco arrivò. Un gran carico aveva
esso di legna già secca, per ardere al tempo di cena;
lo scaricò, lo gettò dentro l’antro con grande fracasso.
Noi spaventati fuggimmo più dentro nel fondo dell’antro.
Esso nell’ampia spelonca parò le sue pecore pingui,
e tutte quante mungeva, ed i maschi lasciava di fuori,
tanto i montoni che i capri, rinchiusi nell’alto recinto.
Poi sulla bocca dell’antro egli pose un gran masso che in alto