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dall’odissea di omero 55

Dalla città le lor donne e le molte ricchezze prendemmo
e dividemmo tra noi, che ciascuno n’andasse contento.
Quivi esortavo che noi si fuggisse con rapidi piedi:
ben li esortavo, ma quelli non diedero, stolidi, retta:
molto bevendo vin pretto, scannavano pecore molte
lungo la spiaggia con buoi di pel lustro e di passi incrociati;
fin che partiti gettavano i Cìconi ai Cìconi gli urli,
loro finitimi, ch’erano piú ad un tempo e piú forti,
dentro la terra abitando; e sapevano bene da’ carri
contro guerrieri combattere, e quando occorresse, pedoni.
Vennero — tanto le foglie ed i fiori non sono a suo tempo —
di buon mattino. Allor sì che da Giove ci venne sventura,
gli sventurati, perchè sopportassimo molti dolori!
E la battaglia s’accese e durava alle rapide navi,
e si scagliavano contro le lancie guarnite di bronzo.
Fin che durava il mattino e cresceva il mirabile giorno,
ci difendemmo a piè fermo, sebbene noi fossimo in meno:
poi quando il sole svoltò, in quell’ora che staccano i bovi,
ecco, domati dai Cìconi, in dietro rivolti gli Achei.
Sei d’ogni nave, compagni vestiti di belle gambiere,
morti vi furono: noi e la morte e la sorte fuggimmo.

fortunale

Quinci seguimmo la rotta, con nuova una pena nel cuore,
lieti scampati alla morte, perduti dei cari compagni.
Ma non salpammo le navi dei duplici canapi prima
che per tre volte ciascuno chiamasse i compagni, d’un urlo,
miseri, ch’erano morti, trafitti da’ Cìconi, al campo.
Borea fu dato alle navi dal re delle nuvole Giove,
e un fortunale terribile; e tutto di nubi fu pieno,
tanto la terra che il mare, e la notte veniva dal cielo.
Quindi le navi filavano via tutte curve, e tre quattro