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dall’iliade di omero 33


la ferita mortale

E s’avventò pur Achille ed empi la sua anima d’ira,
d’ira selvaggia, e davanti, a riparo del petto, lo scudo
posesi, bello, ben fatto, e col fulgido casco ondeggiava,
di quattro coni, e le belle criniere svolavano intorno,
d’oro, che d’ambo le parti il dio Folgore pose al cimiero.
Come una stella ne va tra le stelle nel cuor della notte,
Esperò, ch’è la più bella che brilli lassù, delle stelle,
tal balenava la punta aguzzata dell’asta, che Achille
nella man dritta vibrava pensando al divo Ettore morte,
ed osservando il bel corpo, ove desse più facile via.
Ma tutto il corpo quant’era coprivano l’armi di bronzo,
belle, che a Patroclo aveva predato, ammazzatolo, a forza:
pur trasparìa, dove l’anse dividono gli omeri e il collo,
nel gorgozzule, per dove la vita più rapida passa:
lì lo colpì con la lancia, mentri egli scagliavasi, Achille;
e per il morbido collo attraverso passò via di punta,
senza le canne recidere, il frassino grave di bronzo;
sì che potesse pur dire e rispondere alcuna parola;
e sdrucciolò nella polvere: Achille profferse il suo vanto.

parole di morte

“Ettore, tu lo credevi, spogliando il mio Patroclo morto,
d’essere salvo, e di me ch’ero lungi, pensier non ti davi,
bimbo! ma in parte da lui c’era un molto più forte compagno
presso le navi cavate, c’ero io dietro ad esso rimasto,
che i tuoi ginocchi snodai! I cani e gli uccelli da preda
strascicheranno ora te; lui seppelliranno gli Achei„.