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dall’iliade di omero 29


la corsa

Dalla vedetta, essi dal caprifico battuto dal vento,
sempre sott’essa la mura, correan per la strada carriera.
Erano giunti alle polle dal fresco zampillo, là dove
sgorgano le due sorgive del vertiginoso Scamandro:
l’una ne mena acqua tiepida, e intorno per l’aria vapora
fumo da questa, a quel modo che s’entro v’ardesse del fuoco;
l’altra nel cuor dell’estate pur simile a grandine sgorga,
simile a gelida neve, al cristallo che viene dall’acqua.
Quivi, alle stesse sorgive, son larghi lavacri vicini,
belli, di sasso, a cui sempre le mogli troiane e le figlie
belle venivano i panni, splendore degli occhi, a lavare;
ma nella pace; davanti; davanti il venir degli Achei:
quinci trascorsero, l’uno fuggendo, poi l’altro inseguendo —
prode chi avanti fuggiva, più prode chi dietro seguiva —
velocemente, perchè non un lombo o una pelle di bove
essi correvano — premi che s’usano al correre a piedi —
ma per la vita correvano d’Ettore il buon domatore.
Come d’intorno alla meta cavalli da corsa, solunghi,
corrono al grande galoppo — un bel premio è deposto nel mezzo,
tripode o donna — la corsa è in onore d’un morto guerriero,
tali fuggirono i due torno torno alle mura tre volte.


l’inseguimento selvaggio

     Sempre, incalzando, correva dietro Ettore il rapido Achille.
Come se un cane ne’ monti levò dal suo covo un cerbiatto
ed or lo segue sull’orme traverso le valli e le macchie,
quello atterrito, tremante, s’appiatta nei folti cespugli;