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a giuseppe chiarini 363

Nel taglio del bosco (192-7 V.):

          Incedunt arbusta per alta, securibus caedunt,
          fraxinus frangitur atque abies consternitur alta.

Nelle parole di Pirro (200-7 V.):

          Virtute experiamur, et hoc simul accipe dictum,
          dono ducite doque volentibus cum magnis dis.

E poi, qua e là:

          Poste recumbite vestraque pectora pellite tonsis.
          labitur uncta carina per aequora cana celocis.
          haec ecfatus ibique latrones dicta facessunt.
          aspectabat virtutem legionis suai.
          inicit inritatus, tenet occasus, iuvat res.
          ast hic quem nunc tu tam torviter increpuisti;

tutti versi che più o meno dispiacquero poi; tutti schemi che più o meno furono fuggiti. Dava noia in essi l’accento grammaticale che si trovava d’accordo con l’arsi dove questo accordo non si voleva. Il fatto è che questa copia di esempi, specialmente quei principii di verso, vires vitaque, corde capessere, fraxinus frangitur, dono ducite (se ne dovevano trovare negli Annales non pochi), conducono a sospettare che nella virtù dell’accento grammaticale fidasse Ennio più che poeti meno antichi, più che Catullo, per dirne uno. Dunque, secondo la mia ipotesi, l’accento primitivo ’melodico si sentiva meno ai tempi di Ennio che in quelli di Catullo.

Ma a me, caro maestro, preme d’uscire da questo ginepraio, e concludo che l’esistenza del primitivo accento, di natura melodica, sulle sillabe iniziali (il qual accento, dunque, si sentiva forse