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a giuseppe chiarini 349

senza tibia, si dicesse domueránt, sonipedés? Eppurė sì, erano pronunziate così codeste parole, se erano peoni di quelli che nascono a brevibus deinceps tribus, extrema producta atque longa1, e se la goccia cadeva, perciò, su questa lunga. No: non è verosimile un tale scempio della parola, che sarebbe simile a quello che noi faremmo, se libertà pronunziassimo certe volte líberta, e amano, amanó, e vai dicendo; e ciò quando, o nel verso o nella declamazione oratoria, volessimo appunto dare alla parola tutto il suo valore musicale. Come dunque uscirne? Il Rasi ne esce, ho già detto, affermando, pur dubitativamente, che l’accento che assumeva, per esempio, sonipedes, sull’ultima, era una nota più elevata delle altre con cui erano pronunziate le prime tre. Ma siccome l’arsi non era una nota più elevata ma un tempo forte, così non è possibile se non l’affermazione contraria, ossia che nota più elevata fosse l’accento grammaticale; ossia che, per esempio in sonipedes, ni fosse pronunziata con elevazione di tono e des con percussione di tempo. Ma no: i grammatici e i glottologi sembrano ora consentire che l’accento grammaticale latino fosse espiratorio energico, fosse, cioè, come il nostro: una percussione e non una elevazione; ritmico e non melodico.

Come, dunque, io ripeto, se n’esce?

Per uscirne bisognerebbe distinguere. Bisognerebbe ammettere che l’arsi non si poteva pronunziare energicamente quando energicamente si pronunziava l’accento (in parole, s’intende, in cui l’arsi

  1. Cic. de or. III 47, 183.