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Noi abbiamo intorno i grandi vecchi alberi d’Italia, dai quali era pur denominata la forza e la fortezza. Le quercie1.

III.

O roveri contro cui solamente vale la bietta!2 Voi faceste per lunghi secoli le antiche selve del nostro Apennino.

Irresolute se essere come gli olivi, i lecci, gli albatri e i lauri, a foglie perenni, o come i miti alberi da frutta, a foglie caduche, voi tenete a lungo le foglie, pur ingiallandole, nè le lasciate cadere sotto le nevi e al sibilo delle raffiche invernali. Aspettate. Soltanto i tiepidi soffi di primavera hanno virtù di portar vele via, le care foglie morte, le quali allora volano a branchi e s’impigliano tra i nuovi fiori dei peschi e dei susini. Siete tardive, siete riflessive, o gravi quercie. Così per lunghi secoli forniste bensì l’eterno legname che non marcisce per l’umido, alle cattedrali e ai palagi, e scaldaste, messe sugli enormi alari, le vaste aule delle castella; ma coprivate sempre della vostra folta verzura, che arrugginiva nel verno, le montagne e le valli. Aspettavate. E finalmente il vostro giorno venne. O quercie che deste un ramoscello al cittadino romano salvatore di cittadini, voi date ora i tronchi interi, date tutte voi stesse, alla civiltà, conquistatrice benefica. Preparate le vie al suo carro´

  1. La quercia (quercus robur), Buc. I 17, IV 30, VII 13, Georg. I 349, II 16, III 332, e altrove. E altrove le ghiande, e altrove la quercia col nome di robur.
  2. La rovere (robur), spesso.