Pagina:Pascoli - Antico sempre nuovo.djvu/193


la poesia lirica in roma 179

e gli anni di strage che lo seguirono. Che differenza tra Vergilio e Ovidio! E non d’ingegno, non d’attitudine, non di studio, non di fantasia. Di codesto anzi ce n’è più, se si vuole, in Ovidio; ma c’è in Vergilio, come ho a dire? la pace, ancor piena di singulti, dopo un grande sfogo di lagrime; il soave, il fresco, il libero, il buono, il lucido che è nella terra dopo un temporale estivo. In terra tutto scintilla; in cielo varino ancora nuvole orlate di oro e di rosa. Il buon Marziale fingeva di credere o credeva veramente che Maecenate con i suoi doni facesse tutta la differenza tra esso Marziale e quei poeti, per intenderci, Maecenatiani. È vero che conclude con la sua modestia arguta (VIII Ivi 24 e seg.):

     Dunque Vergilio sarò, se i regali di Maecenate
          or tu mi faccia! Vergilio, ecco, no; Marso sarò.

E sì, Marso e più di Marso: non s’ingannava Marziale. Un Marso divenne nel fatto, un Marso molto migliore. Un po’ d’agiatezza e d’incoraggiamento, un po’ d’onore e di gloria, d’un buon ingegno arguto e pronto, che si sarebbe altrimenti dissipato nel nulla, può fare un Marso e un Marziale. Per fare un Vergilio ci vuole qualcosa di meglio e di peggio: il dolore. Ci vuole, per dire più propriamente, in un’anima grande la grande emozione superstite d’un grande dolore. Ci vogliono le grandi sventure pubbliche, oltre le piccole private; e ci vuole poi una liberazione quasi impensata ed insperata; un uomo simile a uri dio, che appaci e ordini, cose ed anime: un Augusto. La pace e l’ordine Augusteo durarono molto tempo, e sopravvissero al loro autore, senza dubbio; ma non pote-