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Flacco, ma, ciò che a me pare meglio, la pittura più colorita e geniale della vita giovanile nel mondo greco-romano. E si vedrebbe (non è questo il luogo dove dimostrarlo a parte a parte) che Orazio intese, molto obiettivamente, a fare questa pittura più compiuta che si potesse, vincendo di molto Luciano e i suoi Dialoghi. In Orazio è la donna di tutte le età, da Chloe a Lyce, di tutte le condizioni, da Lyce a Barine, dell’indole più diversa, Asterie e Pyrrha. Orazio ha voluto figurare come tutte le specie di donne, così tutti i momenti dell’amore: il principio, la gelosia, il rammarico, la riconciliazione, l’addio. Parla ora uno che vuol persuadere con racconti lugubri, ora uno che implora con pianto amaro, e persino chi consiglia e chi ammonisce. Se ne potrebbe fare uno svariato romanzo di costumi: se ne potrebbe dipingere un quadro pieno di vita gioconda, in cui di figure maschili non avrebbe a esservi la sola del buon Venusino. Sì! se fosse nostrum dilatus in aevum, ne sorriderebbe egli per primo. La sua anzi, forse, non avrebbe a esservi affatt. Al pittore (mi si passi questa fantasia) vorrei raccomandare che ponesse nel bel mezzo e bene in luce quel grazioso e snello bronzo Praxiteleo, che è il Nearcho dell’ode vigesima del libro terzo; il Nearcho che ha il ramo di palma sotto il piede nudo e lascia tremolare a un poco di vento i capelli profumati e sparsi sugli omeri.

XI.

Nel principio del 727 Cesare Ottaviano ebbe il nome di Augustus. Munatio Planco aveva proposto questo appellativo religioso, invece d’un altro nome,