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la poesia lirica in roma 135

Ma Cesare Ottaviano, l’erede del grande, tornando dalla vittoria in Italia, la trovava di nuovo in tumulto e guerra per opera del fratello e della moglie di Antonio, che era triumviro con lui e Lepido. Chi poteva imaginare un fine alla guerra civile, preparata nel 694, cominciata nel 705, che nel 708 parve finita e ricominciò, ed estinta al tutto in quell’anno, divampava più violenta che mai dopo l’uccisione di Cesare, e soffocata in Italia turbinava in Thracia, e spenta in Thracia infieriva in Italia? Roma dunque doveva perire, doveva essere spianata e deserta? era condannata per un antico delitto, che pesava sui nepoti? In questo momento d’angoscia suprema, si udì la voce non di un poeta, ma di un vates. Egli aveva bensì imparate tutte le finezze dell’arte greca e conosceva tutti i progressi dell’arte romana; ma aveva studiato, più che ogni altro, i poeti che per primi si erano trovati avanti a un fantasma poetico e lo avevano espresso con sentimento semplice e parola vergine; i poeti, che non avevano altri a cui prendere sia pure per migliorare, ma s’ispiravano alla cosa nuova, non al libro vecchio. Di questi egli voleva essere e sentiva poter essere in Roma; e prendeva perciò il nome, disusato dai Catulliani, sacrò agli antichi, che significava l’interprete delle voci misteriose, cantore e profeta, vates. Il vates fingeva di presentarsi al popolo col suo canto, come già Solone. Come già Archilocho, invitava i cittadini ad abbandonare la patria. Ma si trattava di ben altro che della conquista d’una isoletta e della partenza d’una colonia! Roma, dopo secoli di vittorie, cade per sua mano, dà volontariamente causa vinta ai Parthi. Bisogna fuggire. E il