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la poesia lirica in roma 131

mato magnum, non senza allusione all’altro Magno di cui mostra così di non riconoscere la grandezza «officiale», fece ammenda de’ suoi iambi e fu liberalmente riaccolto. Persino Calvo che del resto aveva vilipeso Magno, quem metuunt omnes, in un epigramma che ci resta1, volle riamicarsi con Cesare e trattò per mezzo di amici comuni; ma Cesare per primo gli scrisse e si riconciliò con lui2. Ciò forse cominciata la guerra civile, nella quale l’eloquente accusatore, se vedeva Vatinio dalla parte di Cesare, sapeva essere dall’altra Cicerone, il quale egli doveva considerare come il principale autore della morte del padre suo, e col quale, a detta di Seneca, diu... iniquissimam litem de principatu eloquentiae habuit3. Ma di questo, non sappiamo gran fatto. Degli altri però tutti, compreso Catullo, possiamo supporre ragionevolmente che fossero attratti, oltre che dal finissimo gusto e dalla graziosa urbanità di Cesare, oltre che dal suo genio, oltre che dalla sua causa, chi prima e chi dopo, dai benefizi che egli fece ai Transpadani, dai diritti di civitas che egli concesse loro, nel suo proconsolato, diritti che il Senato non voleva riconoscere4. Come che sia, furono all’ultima per lui, e nella loro poesia doveva essere l’antidoto alle contumelie velenose, che noi leggiamo o di che sappiamo; contumelie, del resto,

  1. Schol. Lucani 7, 726, e Seneca rhet. 382 Keil.
  2. Tanto per Catullo, quanto per Calvo vedi Suet. Caes. 73. Vedi anche a pag. 71, nota al v. 10.
  3. C. Licinius L. f. Macer, padre dell’oratore, accusato avanti Cicerone pretore per concussioni fatte nella sua provincia pretoria e da lui condannato, si diede la morte nel 688. Di lui vedi Cic. Brut. 238. Per il resto Sen. contr. 7, 4, 6.
  4. Mommsen SR. 5, 9. Cic. ad fam. XVI xii 4.