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la poesia lirica in roma 121

vero letto: nel suo1. Questo saluto a Sirmio, che pare un sospiro di sollievo, è in coliambi. Il poeta si dimenticò della mordace natura storica del verso, per considerarne solo la spezzatura e per così dire fiacchezza del ritmo. È il poema, in vero, della stanchezza e del sonno; e le onde del lago cantano all’ultimo la ninna nanna, con una cadenza lenta. Nel lago è ancorato, o tirato in secco sul lido, il phasellus. Egli passerà la sua vecchiaia gloriosa, in riposo, come il cavallo Enniano, spatio qui saepe supremo Vicit Olimpia nunc senio confectus quiescit2. Riposa e, per chi sappia intenderlo, parla Il poeta ne interpreta le parole che sono in agilissimi iambi puri, alate come il suo corso d’un volta. Si ricorda il tarlato phasellus d’essere stato selva viva e parlante, in paesi lontani. Quel legname che imputridisce dice: Io sibilai sulla vetta del Cytoro. Noi vediamo come un’apparizione di verde, udiamo uno stormire improvviso; poi la nave parte, ha portato via in un attimo quel verde e quel fruscio. Il mare succede al mare e la nave fila sempre. Sed haec prius fuere. Ora la vecchiaia, il riposo e la morte3. Catullo si fermò qualche tempo a Sirmio e a Verona, dove forse arricchì di nuovi ornamenti poetici o compose a dirittura il suo carme LXIV, cioè le nozze di Peleo e Thetide, e il LXIII, ossia l’Attis. Da Verona scrisse a un poeta d’amori di Como Nuova un piccolo papiro di endecasillabi, in

  1. Pag. 74 [XXXI].
  2. Epos, Ennius VI i.
  3. Pag. 75 [IV]. Il grazioso poema era molto nella memoria di Orazio, come annoto qua e là. Se ne vedono traccie anche in C. I xiv specialmente ai v. 11 e 13