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la poesia lirica in roma 111

a quella Sempronia in cui Sallustio delinea un tipo di matrona romana di giorno in giorno più comune1. Restò vedova nel 695, l’anno dopo il consolato di Metello, non senza sospetto che in ciò entrasse il suo volere, e si diede allora a una vita di lusso, di vizio, di amori, che ci è, con qualche esagerazione certo, dipinta nella sua Caeliana da Cicerone, fattosi di lei mortale nemico. Ma allora, nell’anno 692 nel quale Metello era propretore nella Gallia, egli era tanto in buone relazioni con relegante Βοῶπις, come la chiamava, che pare si spargessero novelle di un matrimonio e due divorzi: donde grande gelosia di Terentia2. Come Catullo conoscesse Clodia non sappiamo; sappiamo che non ebbe più pace non appena l’ebbe conosciuta. Le sue spese furono subito troppe. La sua villa Tiburtina o Sabina fu opposita a quel vento orribile che vedemmo, e la borsa del poeta si trovò piena di ragnateli. Come l’innamorato che descrive Lucrezio, egli cercò di stordirsi nei convivii, di obliare tra il vino, i balsami, i fiori3. Nei convivii non trovò l’oblio, ma la poesia: quella specie di poesia che dei convivii è così propria luce e fragranza come la luce dei lychni, la fragranza delle rose. Egli tradusse per esprimere il sentimento nuovo, che l’invadeva tutto, un’ode di Sappho, una appunto (ci aveva pensato?) nata in un convivio. La ignota di Sappho siede di contro a un uomo, parla soave e canta amabile: dove, se non nel convito? Catullo tralascia l’ultima strofa della Lesbia e conclude di suo, volgendosi a sè

  1. Schol. Bob. ad Cic. Sest. 54. Sallustins Cat. 25.
  2. Plutarchus, Cic. 29.
  3. Pag. 40 e 41 [XIII] e [XXVII].