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xvii. - Pìccoli penati 173

che parlava come a casa sua e si soffermava con letìzia, gestendo, sui suoni della sua pronùncia ravennate. C’era un signore anzianotto con una cravattina bianca che ascoltava con serietà. C’era una signorina magrolina che non parlava. Questa era la nepote e la signora era la zia.

La signora si rivelava per una di quelle plàcide borghesi di Romagna, che hanno poderi al sole, casa in città, galline in pollàio, vino in cantina; hanno esperienza di masserìzia domèstica e agrìcola; vìvono in quella, e nessun dùbbio le assale che tutte queste proprietà còrrano oggi un certo perìcolo, o, quanto meno, sìano molto discusse.

Ella parlava di cose della vita domèstica; e dopo un po’, prestando io maggior attenzione, sentii queste parole, spiccate, con effusione di cuore: — Lei pesta, fine fine, le màndorle dolci e qualcuna di amare, ma poche; sì che venga tutta una bella manteca. Poi lei fa una bella spòglia come per i tagliolini, e li tàglia, ma fini fini. Allora lei prepara un bel sutè, e lo fòdera con la pasta frolla; poi ci mette un suolo di tagliolini, e sopra quel siroppo di zùcchero,