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mentica, dopo averle posposte alla rumena: la francese per es. e la spagnuola, che assai meglio della rumena si prestano a tradurre dall’italiano. Ma insomma il nostro scopo non è di discutere le opinioni di Aristia intorno al rumeno, ch’è per lui la lingua ideale de’ traduttori; ma di mostrare come il poveretto cerchi difendersi colle mani e coi piedi dagli assalti di Asaki; che, assai più abile di lui in artificii polemici, da una verità indiscussa come quella della difficoltà enorme che ad un traduttore rumeno offrono certi testi italiani, trae la conseguenza che Aristia, proponendosi di tradurre in versi anche le sillabe del Saul, abbia temerariamente accresciute quelle difficoltà già gravi di per sè stesse, facendo sì che la sua traduzione, per tenersi stretta all’originale, perdesse ogni sapore di buona lingua rumena.

Gli accenni ad un critico malevolo s’incalzano nelle righe che seguono: L’autore si rivolge al lettore e fra l’altro gli dice: „I Greci dicono: „Ἀνδρὸς καρακτὴρ ἐκ λόγου γνωρίζεται“: il carattere dell’uomo si conosce dalla parola. Scusami se dico anch’io: „Κάλαμος φιλολόγου κριτικὴν ἀποφαίνει“ la penna del letterato conferma la critica. Altro è parlare, altro prender la penna e mettersi in pubblico a condannar gli altri e raccomandare sè stesso. Io desidero correggermi (di quanto ci possa essere di errato) in questo mio lavoro, come ho fatto per gli altri, nei quali ho seguito il consiglio di uomini che han rinunziato ad ogni piacere per l’utile comune”. A questo punto interviene l’amico, che, a dargli coraggio, lo esorta a non darsi pensiero di certe critiche dettate dal malanimo o dallo spirito di contraddizione di chi in vita sua non ha imparato che a maledire e a criticare, facendoci un così vivo per quanto esagerato ritratto sì morale che fisico di Asaki da toglierci ogni dubbio, se mai ce ne rimanesse qualcuno, intorno all’intenzione di Aristia di ribattere nella prefazione aggiunta al Saul le critiche mossegli sull’Albina dal letterato moldavo. „Non tender l’orecchio“ — mi dice un amico — „a quanto potresti udire da quelli che non hanno mai appreso in vita loro a dire una parola di bene, non fissare lo sguardo su quei che guardan bieco con gli occhi infossati in un cranio di delinquente, non affliggerti quando ti vedi contraddetto con consigli accompagnati da sorrisi amari’, ecc.”. Potremmo continuare, chè l’amico non si tace così presto