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in altra, il Cantacuzino visitò il palazzo Ducale, della qual visita prese sommariamente nota in altra parte del suo Diario:

Nel palazzo di Venezia sono queste cose:

Scritto è nella casa dove abita il principe cogli altri grandi, sul soffitto della casa appena entri, sulla porta che sta dirimpetto: „Robur imperii”; camminando un poco, c’è: „Nimquam derelicta”, e, nel mezzo della casa: „Reipublicae fundamentum”, e, in fondo a questa casa: „Gubernatores libertalis”.

Null’altro. Delle meraviglie d’arte, che adornano codesto tempio della potenza marinara d’Italia, neppure una parola. Gli è che quei motti si potevan facilmente trascrivere anche da chi col latino non avesse soverchia familiarità, com’era il caso del nostro scolaro; non era però altrettanto facile ridar l’impressione, senza dubbio potente, ch’egli dovè provare contemplando il Trionfo di Venezia del Veronese o il Paradiso del Tintoretto. Quei motti latini riassumevano per lui l’impressione di potenza, di ricchezza e di gloria, che lo aveva fatto senza dubbio ammutolire nella Sala del Maggior Consiglio; eran come dei segni convenzionali, che, se per noi non vogliono dir nulla, servivano a ridestare in lui la commozione di quel momento indimenticabile. Non altrimenti un buongustaio, percorrendo le sale d’una esposizione d’arte, riempie i margini del catalogo di una folla di segni cabalistici, che a lui solo potran rievocare le linee che lo hanno interessato in una statua o la disposizione delle figure, dei colori, delle ombre, degli sfondi, in un quadro di cui vuol serbare il ricordo. Solo così, dato l’insegno e la cultura del Cantacuzino riesco a spiegarmi tanta laconicità di appunti, i quali, del resto, dovendo servire a lui solo, anche per ciò che riguarda la sua permanenza a Padova ci appaion ben più scarni di quanto non potessimo immaginare. Ben altrimenti il nostro Stoinic avrebbe parlato dei giorni passati nella goliardica città, se qualcuno de’ suoi connazionali lo avesse interrogato sulla vita ch’egli vi menò tra il 1667 e il 1668! Gli aneddoti sarebbero seguiti agli aneddoti, le descrizioni alle descrizioni! Le meraviglie di Venezia, le bellezze naturali ch’egli potè osservare nel viaggio da Venezia a Padova, la vita universitaria così gaia e rumorosa, il ritratto del canonico Alvise, della signora Virginia, le bizzarrie dei servi, avrebbero occupato una parte non piccola del suo racconto. Data invece l’indole del giornale, in cui non si registrano se non le date memorabili