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tacuzeno, di Costantino Brancovani, di Stefano Cantacuzeno e infine di Niccolò Mavrocordato appaiano lumeggiate in ciò che ebbero di buono e criticate in ciò che ebbero di brutto con una equanimità che assai spesso si trasforma in indulgenza benevola, magari a scapito della Storia. Da buon italiano, il Del Chiaro sente tutti i doveri dell’ospite, è sempre pronto a mettere in rilievo i pregi dela popolazione, in mezzo alla quale è vissuto per tanto tempo, gli atti d’intrepidezza e di coraggio che gli è capitato di osservare o che gli sono stati narrati, si protesta grato specie al Brancovani dei ricevuti favori e ne descrive la deposizione e la morte con parole che strappano le lagrime al più duro lettore, parla colla più serena oggettività e rispetto degli usi, della religione e persino delle superstizioni, senza increspare le labbra a quel sorriso beffardo di compatimento che dà tanto ai nervi in troppi altri scrittori di viaggi e rivela quasi sempre un cervello piccolo che non sa uscire dal cerchio ristretto delle sue abitudini nè scrutar le ragioni spesso profonde che han determinato quegli usi che a prima vista ci si presentano come illogici e inesplicabili.1

    spetto incredibilmente florido e rubicondo, per cui gli fu dai boieri del Brancovani affibiato il nomignolo di „tacchino”. Lo scherzo, ripetuto un po’ troppo spesso, dispiacque al Del Chiaro che se ne lagnò col Voda, e questi ordinò che fosse proibito chiamar col nome dell’orgoglioso e rubicondo gallinaceo il suo fedel Segretario. I boieri però non lo lasciarono in pace, e, proibito il soprannome, si divertirono a rifare al suo apparire il verso del tacchino quando fa la ruota. Cfr. Iorga, Ist. tit. rom. in sec. al XVIII-lea, I, 41 nota 4.

  1. Bene, a questo proposito, il Sestini, un altro viaggiatore italiano, del quale avremo più tardi a far parola. A proposito di un’osteria assai poco comoda, toccatagli in Ungheria (a Mosony) esce nelle seguenti giustissime parole: „E così non è solamente in Italia, ove l’osterie sieno poco comode, ma posso dire che tutto il mondo è paese, e che a torto certi caca-sodi (sic) di viaggiatori, che meritano piuttosto di stare a casa, e di non mettersi mai in viaggio, se non possono tutte ritrovare le loro comodità, o l’istessa maniera di vivere della medesima nazione, alla quale appartengono, polendo lor dire che il mondo è bello, perchè è vario, ed è appunto questa varietà e bizzarria, che reca piacere al viaggiatore, oltre le tante pene e disagi che una tal vita somministra.” E continua, dando, con qualche vivacità, la berta ad un viaggiatore „del settentrione”, che, avendo visti a Roma, alla processione del Corpus Domini i „para-cera” affaccendarsi a raccoglier la colatura dei ceri per rivenderli „allo speziale”, procurando così in quell’occasione di guadagnar „qualche bajocco”; subito notò „nelle sue tavolette quanto fanatici e bigotti sono i romani nel fare raccogliere quelle gocciole di